Centro Clinico La Quercia

Significato del cibo in età evolutiva

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Durante l’incontro con i genitori presso la Scuola dell’Infanzia P.Ceccato (Montecchio Maggiore), la Dott.ssa Campanaro e il Dott. Bellin del Centro Clinico La Quercia hanno focalizzato l’attenzione dei partecipanti sul tema ‘Il cibo è vita’, facendo riflettere i genitori sul fatto che il cibo è un apporto nutritivo fondamentale sin dai primi anni del bambino, a partire però da quello assunto dalla madre nel periodo di gestazione, dal quale il bambino ne sarà inevitabilmente influenzato. Molti bambini, circa dai 2 ai 6 anni, hanno difficoltà con il cibo, riguardanti per esempio le stereotipie, le fissazioni, la masticazione o la deglutizione. Se tutte le visite di tipo organico sono state fatte e risultano positive, potrebbe risultare utile un consulto da un nostro nutrizionista specializzato, il quale prenderà degli accorgimenti tenendo sempre presente che il cibo dev’essere un piacere.

Il momento del pasto dev’essere vissuto, sia dal genitore che dal bambino, come un momento disteso e di complicità reciproca, mantenendo sempre presente la regola della varietà: variare cibo durante i pasti, facendo imparare al bambino ad apprezzare il piacere di gusti diversi. I premi o le cosiddette ‘schifezze’ sono permesse come momento di gratificazione, a patto che non diventino una costante giornaliera.

APPROFONDIMENTO: ASPETTI NEUROLOGICI ATTIVATI DAL PIACERE DI MANGIARE

Solo il pensiero di un certo piatto può far emozionare una persona e inorridire un’altra. Queste reazioni modificano la nostra neurobiologia interna, che influenzerà il modo in cui processeremo quel cibo e i suoi costituenti. Questo rapporto è a due vie: non solo la nostra mente può modificare il sapore e la digestione del cibo, ma anche uno specifico sapore o una sensazione in bocca possono attivare in noi risposte emotive e comportamentali specifiche.

Un esempio della seconda via (dalla percezione alla mente) riguarda la possibilità che hanno certi sapori e sensazioni della bocca – come la grassezza, l’untuosità, la cremosità, ecc. – di attivare i centri del piacere. Dal punto di vista del sistema nervoso entrano in gioco tutte le aree: quando stiamo per mangiare un piatto di pasta il suo concetto e la sua rappresentazione prendono forma a livello della corteccia cerebrale.

Queste elaborazioni più cognitive interagiscono con il sistema limbico, dove prendono forma le emozioni e le spinte motivazionali primarie, che devono fare i conti con le strutture ancora più arcaiche che gestiscono le regolazioni di base, come fame, sete e altre funzioni vitali. In tutto questo processo interagiscono diversi sistemi in ogni distretto del nostro sistema nervoso, dalla memoria all’immagine di sé, dal network della sicurezza a quello previsionale, fino ai diversi meccanismi di problem solving.

Nel mediare ed integrare tante informazioni svolgono un ruolo centrale l’ipotalamo e l’insula. Il primo in particolare integra le attività della mente con i processi biologici del corpo. Se il piatto di pasta è il nostro preferito e lo mangiamo con una certa soddisfazione, l’ipotalamo modulerà questo segnale positivo tramite l’attivazione – attraverso il parasimpatico – di ghiandole salivari, esofago, stomaco, intestino, pancreas e milza.

Viceversa se ci sentiamo in colpa o se ci giudichiamo negativamente per aver deciso di mangiare un piatto di pasta di cui non eravamo convinti, l’ipotalamo elabora questi input negativi e invia segnali al sistema simpatico. In questo modo si attivano risposte inibitorie del sistema digerente, che non permetterà di metabolizzare correttamente quello che stiamo ingerendo, richiedendo più tempo per essere digerito, alterando il microbiota intestinale e incrementando il rilascio di prodotti di scarto tossici a livello circolatorio. Tra l’altro in questo modo l’aumento di insulina e cortisolo portano anche a “stoccare” maggiori quantità di grasso. E’ fondamentale possedere informazioni chiare e corrette, invece di vecchie generiche informazioni. Ad esempio è utile conoscere il reale senso del colesterolo (che non è “il nemico dei nonni!”); valutare adeguatamente l’importanza dei grassi per il nostro benessere, distinguendone le tipologie e le quantità; considerare la cucina come un’arte, ma anche una scienza, ad esempio non fermandosi all’idea che l’olio di oliva è più sano del burro, ma considerando di entrambi la qualità; fare attenzione alla cosiddette RDA (quantità giornaliere consigliate di certi nutrienti) che sono troppo spesso usate sulla base dei consigli del marketing delle aziende alimentari invece che con il buon senso.

Da ricordare: il processo di attivazione dell’asse dello stress sopra descritto può avvenire sia che ci sentiamo in colpa nel mangiare un cibo grasso, sia perché pensiamo durante tutto il pasto al collega che ci ha fatto arrabbiare, infatti l’amigdala, nella sua attività di valutare gli stimoli potenzialmente pericolosi in ingresso, fa poca distinzione tra reale e immaginario.